Gaza, potevano essere giorni di festa

Il conflitto non riguarda solo un’area limitata del Medio Oriente, sono decenni che si sta alimentando l’odio più profondo fra civiltà che fornisce argomenti a chi fomenta il terrorismo, allontanando ogni speranza in una soluzione pacifica

Gaza, potevano essere giorni di festa

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Potevano essere giorni di festa, sono invece giorni di tragedia. Il settantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele, è stato di fatto inficiato dal gesto di sfida dell’amministrazione Trump con il trasferimento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme. Chiari erano gli accordi internazionali che nel 1948 diedero vita al progetto politico che doveva parzialmente compensare il dolore, inenarrabile, subito dagli ebrei durante la Shoah, provocato in Europa e non in Palestina. Accordi immediatamente calpestati dalla guerra che allargò i confini di Israele molto al di là dei territori definiti, umiliando le popolazioni locali residenti, allontanandole forzatamente dalle loro terre. Dopo decenni di mediazioni per sanare le ferite prodotte dalla violenza, i nuovi accordi ancora in vigore prevedono le tutele per lo Stato di Israele, ma anche la possibilità di formazione dello Stato della Palestina, con Gerusalemme appartenente ad entrambi i popoli. Questa seconda opzione però viene continuamente negata, anzi ora con la sfida lanciata da Trump, ogni speranza di accordo viene definitivamente preclusa. Intanto a Gaza, dove gli estremisti incrementano il proprio potere ogni volta che la situazione si fa più difficile, la popolazione viene spinta alla protesta, bambini, donne e giovani vengono portati in prima linea di fronte ai fucili israeliani e il tutto si trasforma nell’ennesimo bagno di sangue.

Isolare gli estremisti in Israele e a Gaza diventa un dovere della comunità internazionale: sparare su un popolo inerme, generare vittime civili, uccidere bambini, non è certo il modo di far valere il diritto alla sicurezza di un paese come Israele che dovrebbe, per cultura e ricchezza, agire su ben altri piani di civiltà per ritrovare certezze, sicurezza e soprattutto stima da parte degli altri Paesi.

Il conflitto non riguarda solo un’area limitata del Medio Oriente, sono decenni che si sta alimentando l’odio più profondo fra civiltà che fornisce argomenti a chi fomenta il terrorismo, allontanando ogni speranza in una soluzione pacifica.

Sinistra Socialista Democratica ritiene che San Marino debba far sentire la propria voce nelle sedi internazionali perché gli atti di violenza vengano condannati e sanzionati e perché si possa recuperare quel minimo di possibilità di dialogo, unico vero strumento di garanzia per il futuro dei due popoli.

Sinistra Socialista Democratica

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