Giovanni Maria Zonzini – Riflessioni sul rapporto tra San Marino ed UE

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È tema d’attualità da tempo e anche sulla stampa sammarinese, negli ultimi giorni, è tornato a campeggiare sulle prime pagine il dibattito circa quello che dovrebbe essere il rapporto di San Marino con l’Unione Europea.
Come spesso accade su temi di questa natura, ho trovato il dibattitto alquanto condizionato da visioni ideologiche legate a schieramenti tipici della politica interna, purtroppo poco utili quando si parla di quella estera. Si assiste insomma allo scontro fra due opposte tifoserie, quelle degli “europeisti” e quella dei “sovranisti”. Questo mio contributo vuole tentare di offrire un punto di vista non certo imparziale, ma – se non altro – terzo rispetto a questi schieramenti, che è necessario analizzare per demistificare.
L’ILLUSIONE EUROPEISTA
Gli europeisti credono che a Bruxelles risieda un qualche dio benigno e misericordioso, che ha impedito le guerre in Europa negli ultimi 70 anni, che difende i nostri diritti umani in un Tribunale, che affratella i popoli europei, che impone la “virtù” dell’austerity ma dà anche i vaccini e che soprattutto proietterà i futuri Stati Uniti d’Europa verso le magnifiche sorti e progressive del Sogno Europeo eccetera eccetera.
La realtà è che l’UE innanzitutto non è “l’Europa”, ma un’organizzazione sovranazionale che si vuole “unione politica ed economica” composta da alcuni stati che sono sul continente europeo, ma non tutti. In Europa (quella della geografia fisica, non onirica) ci sono state guerre dal dopoguerra – la Jugoslavia non era nel Sudamerica, a quanto mi consta – e ce ne sono ancora, ad esempio in Ucraina. Se non ne sono scoppiate in Europa Occidentale, è più verosimile che sia perché essa è “occidentale”, vale a dire nella sfera di influenza (o impero, dir si voglia) degli Stati Uniti d’America, che – a differenza di quelli d’Europa- esistono, esisteranno e hanno persuasive basi militari sul posto.
L’euro non è nato per affratellare i popoli europei né nessun altro, ma fu un tentativo (piuttosto malriuscito) principalmente francese di imbrigliare la potenza economica della riunita Germania togliendole la sua moneta forte, il marco, che oggi si chiama – appunto – Euro.
Le “regole europee” non sono le tavole dei comandamenti e la loro cogenza dipende dalla potenza e dalla convenienza contingente degli Stati: la Francia sfora il suo rapporto deficit/PIL ogni volta che vuole, la Germania non ha mai riequilibrato i suoi surplus commerciali semplicemente perché non le conviene, mentre Schengen è per Malta carta straccia quando un barcone carico di migranti si affaccia alle sue acque territoriali, e così via. Questo succede semplicemente perché sono gli Stati ad essere i veri soggetti politici, mentre l’UE non è uno Stato, e non gli assomiglia neanche.
Gli “Euroinomani”, adorando il Totem di Ventotene, credono alla possibilità di una politica estera europea e persino di un esercito comune. Non vedono però che, nella realtà, gli Stati europei hanno interessi molto spesso contrapposti su numerosi fronti: questione migratoria, ad esempio. Oppure, altro esempio, si analizzi lo scontro Italo-Francese sul Nord Africa e Mediterraneo e in particolare in quello che resta della Libia degli ultimi dieci anni (e le conseguenze). Si potrebbe fare un’enciclopedia. Successivamente dirò quello che penso dell’illusione sovranista.

 

L’ILLUSIONE SOVRANISTA
Sulla curva opposta dello stadio, troviamo la tifoseria cosiddetta sovranista. Non serve dire molto su di loro, poiché abbiamo già parlato degli europeisti, di cui sono l’altra faccia della medaglia.
Come gli europeisti, i sovranisti credono che l’UE rappresenti la “fine” degli Stati Nazionali, dello Stato moderno, la fine della sovranità nazionale. Cosa sia poi la “sovranità” sarebbe argomento lungo, una definizione soddisfacente è complessa ed è possibile trovarne fra le più varie da Bodin a Schmitt con tutto ciò che sta in mezzo.
Quel che è invece sicuro, è che i sovranisti sono vittime della medesima illusione ottica di cui soffre la loro nemesi europeista: vedono l’Europa dove non c’è. I cosiddetti “soldi europei”, ad esempio, decantati dagli uni e denigrati dagli altri, altro non sono che denaro preso a prestito con la garanzia esplicita della tripla A tedesca e quasi esplicita dell’emittente moneta, cioè la BCE.
I sovranisti credono che l’euro li abbia impoveriti, ma l’euro è solo un innocuo pezzo di carta o un impalpabile accumulo di bit su un terminale della BCE. In altri termini, è semplicemente – come ogni moneta – uno strumento politico: la politica monetarista e deflattiva della BCE è una scelta politica, influenzata dall’ideologia neoliberale che domina il pensiero economico tedesco, che è quello che detta le regole. “Tedesco” significa “della Repubblica Federale Tedesca”, non “dell’Europa”, dietro alla quale retoricamente si nasconde. Sono cioè politiche condizionate dalle ideologie e dagli interessi sovrani di Stati nazionali che esistono, non di quello europeo che, invece, non esiste.
I sovranisti credono sia colpa “dell’Europa” se si vedono “invasi” da migranti. Credono che “l’Europa” sia proprio una cattivona a lasciarli tutti in Italia (o altro Paese d’approdo). Non vedono che “l’Europa” non c’entra proprio nulla, sono semmai gli interessi degli altri Stati europei e delle relative opinioni pubbliche ad ostacolare politiche redistributive dei migranti. Molti sovranisti, poi, vorrebbero il respingimento in mare (quando non l’affondamento) dei migranti, e ritengono che sia “l’Europa” ad impedirlo, quando è invece una scelta politica nazionale: sono ragionevolmente sicuro che se la Marina Italiana affondasse i barconi, o li lasciasse andare alla deriva nelle acque internazionali, nessun fantasmatico esercito europeo invaderebbe l’Italia, né vi sarebbero particolari sanzioni o ritorsioni, se non vergogna per gli assassini. In altri termini, la scelta (a mio avviso doverosa) di non respingere i barconi al loro destino appare come una scelta politica dello Stato Nazionale, non di un inesistente maxi-stato europeo.
Gli europeisti, viceversa, credono che “l’Europa” avrebbe il dovere di accettare i migranti che sbarcano in Italia in nome della “solidarietà europea”. Chi ride di gusto innanzi a queste pie affermazioni, lo fa a ragion veduta.
Come si vede, qui e nella parte precedente, Europeismo e Sovranismo sono fatti della medesima sostanza: quella di cui sono fatti i sogni. E sognare, specie in politica estera, è esercizio assai rischioso.

 

 

L’EUROPA DELLA REALTÀ
Tanto gli europeisti quanto i sovranisti sono vittime del medesimo miraggio che vuole l’UE come un soggetto politico statuale o “superstatuale”, mentre è, volendo, inter-statuale. Gli Stati non si annullano, non si sciolgono dentro l’Unione Europea. Essi continuano ad esistere, e lo fanno sovranamente. Allo stesso modo, l’UE non neutralizza gli interessi politici degli Stati, che sono e restano interessi strettamente nazionali e perlopiù contrapposti.
Approcciarsi politicamente, sia da parte della classe politica sia dall’opinione pubblica, alla questione europea come se si dovesse decidere di essere annessi ad un Super Stato è un errore. Vedere incarnati nell’UE più o meno vaghi principi morali – positivi o negativi – è un’idiozia. L’incapacità di vedere che cos’è il soggetto che si ha di fronte, determina una cecità strategica che uno Stato si trova, prima o poi, a pagare.
Ritengo che San Marino dovrebbe approcciarsi all’UE vedendo questa per quello che appare razionalmente essere: un luogo dove alcuni Stati istituzionalizzano i conflitti derivanti da differenti interessi nazionali. La cara vecchia istituzionalizzazione del conflitto di machiavelliana memoria, ma su larga scala all’interno dell’Impero Statunitense.
Una volta che si è compreso ciò e si mettono da parte gli isterismi ideologici, sarà più facile delineare una bozza di strategia europea per San Marino. Va innanzitutto accettato il dato geografico, e cioè che San Marino si trova sul continente europeo e in particolare in mezzo all’Italia, che in UE. Vale a dire che San Marino è enclave rispetto allo spazio UE. Di più: San Marino utilizza l’euro, stampato dalla BCE. La pressoché totalità degli scambi economici e commerciali sono con l’Italia (che è in UE) o con altri Stati in UE.
Da questi semplici dati strutturali sostanzialmente immutabili (almeno dalla nostra potenza), appare evidente il fatto che la nostra Repubblica non può pensare seriamente di non “venire a patti” con l’Unione Europea. Non intendo soffermarmi sulla forma tecnica, cioè accordo di associazione, adesione o altro ancora.
Ritengo che sarebbe più interessante e importante avviare una riflessione che parta da una semplice domanda: “qual è il nostro interesse nazionale?”.
Questo interesse si declina, per un Paese come il nostro, in termini perlopiù economicisti, ma anche politici.
Sotto il profilo economico, dovremmo capire se è possibile e come trarre vantaggio dall’apertura al mercato unico. La San Marino da bere univa al differenziale fiscale il segreto bancario e l’anonimato societario. La San Marino bevuta di oggi ha solo il differenziale fiscale: è ragionevole ritenere che l’integrazione nel mercato unico possa aumentare l’attrattiva del risparmio fiscale. La libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori – che è poi libera concorrenza – potrebbe determinare shock demografici e perdita di potere contrattuale dei lavoratori autoctoni: abbiamo quindi l’interesse, in questi ambiti, a limitare per quanto possibile la reciprocità degli accordi. Questo per fermarsi a pochi esempi sui tanti dossier del tavolo.
Seguendo il crinale politico, il rapporto con l’UE non deve indurci a considerare ridimensionata la valenza del rapporto bilaterale con l’Italia. Cionondimeno, il rapporto con l’UE potrebbe costituire la terza sponda dei nostri rapporti strategici, sommandosi a quello con l’Italia e con le principali potenze mondiali, a partire dall’egemone del nostro spazio ovvero gli USA e, in subordine, le potenze rivali (Cina e Russia). In tal senso, andrà assolutamente salvaguardata la nostra postura di neutralità attiva, non foss’altro che per il fatto che non possiamo di essere di nessuna utilità all’egemone, e pertanto faremmo semplicemente la parte del servo più sciocco che vi sia: quello inutile.
L’invito, al Governo in primis, ma anche alla pubblica opinione e alle forze politico, è quello di approcciarsi al doveroso dibattito abbandonando isterismi sovranisti quanto europeisti, individuare con lucidità i nostri interessi nazionali e perseguirli con pragmatismo al tavolo delle trattative, avendo sempre ben presente dove siamo e dove vogliamo andare.

Giovanni Maria Zonzini 

Consigliere indipendente in Rete

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