Il Giudice Lamberto Emiliani lascia il Tribunale

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San Marino. Dopo 54 anni di servizio, il giudice Lamberto Emiliani lascia il Tribunale di San Marino. Vi entrò infatti a tutti gli effetti il 1° gennaio 1965, prima come uditore poi come Commissario della Legge dal 1972, svolgendone nel tempo tutte le funzioni: in materia civile, penale, societaria, fallimentare e della volontaria giurisdizione. E’ stato Magistrato Dirigente per due successivi incarichi triennali, dal giugno 1997 al giugno 2003. Attualmente ricopriva l’incarico di Giudice per la terza istanza in materia penale. Nella lettera ai Capitani Reggenti, di cui Libertas.sm ha riportato uno stralcio, esprime “gratitudine per l’alto onore che gli è stato concesso di servire come giudice la Repubblica”; e parla “di una decisione lungamente meditata e dovuta soltanto a ragioni di età e di salute”. 84 anni compiuti da pochi giorni, Emiliani è nato a Dovadola, nel Forlivese e nel 2013 è diventato cittadino sammarinese dopo ben 67 anni di residenza sul Titano.
Nel 2012 ha ricevuto il “Premio d’onore dei Romagnoli illustri”. Nel suo discorso, pronunciato innanzi la Rubiconia Accademia dei Filopatridi, si riferì al Titano con queste parole: “Terra romagnola di confine – aspra ma generosa, come generosa è la sua gente – mi ha trasmesso un amore che vorrei definire sanguigno e collerico per la libertà. Un ricordo, fra tanti. Ricordo molto bene lo sdegno, la rabbia e il coraggio delle donne di San Marino quando – metà anni cinquanta – gli veniva ancora negato il diritto di voto, la libertà di eleggere ed essere elette rappresentanti del popolo, la dignità di essere fra i cittadini consapevoli e responsabili. Gli veniva negato finanche il dovere della libertà”.
E ancora, sull’essere giudice: “Ogni magistrato rivendica per sé l’indipendenza e la libertà di giudizio che le leggi garantiscono alla magistratura. Ma la piena indipendenza della magistratura rappresenta un diritto dei cittadini, prima e più che dei giudici. Per questi è preminente, sull’aspetto del diritto, quello del dovere, ossia l’obbligo di compiere ogni atto della giurisdizione in piena indipendenza e libertà di giudizio, con animo sereno e imparziale, senza odio o amore. Senza dipendere da alcuno, persona o potentato. Se è così, il problema vero, oggi, il primo vero problema della giustizia è di far seguire agli obblighi la responsabilità per la loro inosservanza, di conciliare e far quadrare i conti fra libertà e responsabilità dei giudici. Perché non ci può essere libertà indipendenza autonomia del giudice che non abbia piena consapevolezza del senso dell’essere giudice e non sia pienamente responsabile del suo modo di essere giudice: responsabile della sua lealtà nel processo civile o penale, dell’intatta osservanza delle leggi sostanziali e processuali, del rispetto dei principi morali, della capacità di sentire e intendere le cose con ragionevolezza (che è la ragione più il buonsenso); responsabile anche della sua idoneità al ruolo, della sua professionalità intesa come cultura, studio e aggiornamento continuo. Responsabile soprattutto, custode e responsabile, della sua intangibile libertà. Nessuno può pensare di essere giudice senza obbligo di rendere conto; nessuno può pensare di essere giudice per sempre”.

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