Nobel per la Pace: San Marino candida il volontario Nicolò Govoni

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Post pagina Facebook Nicolò Govoni – Ho ricevuto la candidatura al Nobel per la Pace. È il più grande onore della mia vita finora. Sono a corto di parole. È un sogno che si avvera, un sogno che mai avrei sperato di concretizzare. Non so che dire. Solo: grazie. Sono stati anni difficili, e gli ultimi mesi specialmente. Questa notizia arriva in un momento in cui sento di aver quasi toccato il fondo, e mi solleva lo spirito.

Vi chiedo di aiutarmi a diffondere questo sogno al massimo. Facciamo 5000 condivisioni per ringraziare il Consigliere Sara Conti e Paolo Berardi per aver creduto in me, in noi, nella nostra Missione e nei valori per cui combattiamo ogni giorno. Esistono ancora persone che credono nella forza del bene, e si battono per essa. Questa ne è la prova. Ed è pura magia. E credo che, in un mondo sempre più freddo e diviso, sia giusto celebrare queste persone e l’amore che le muove.

È la prima volta nella storia di San Marino che lo Stato candida qualcuno al Nobel. Noi siamo i primi. Noi. Perché considero questo un nostro traguardo, non solo mio. Siamo stati noi, insieme, a creare Still I Rise, la ONLUS internazionale indipendente più forte d’Italia, e siamo noi ad aver costruito Mazì, la prima Scuola per minori profughi di Samos, da alcuni chiamata la “scuola più bella del mondo”, e siamo noi ad aver creato un Movimento non politico né religioso ma profondamente umano, sempre dicendo “Sì” al vero aiuto umanitario e “No” ai costrutti e alle finzioni del business. Questi siamo noi. E questo riconoscimento va a tutti noi.

Grazie di essere rimasti al mio fianco fino ad ora. Il meglio, lo giuro, deve ancora venire. Aiutateci a diffondere l’incredibile forza della nostra Missione. Noi cambieremo il mondo, insieme, un bambino alla volta.

Post FB del 9 ottobre 2019

Sei anni fa ho deciso di dedicare la mia vita agli altri. Avevo 20 anni, e tutti dicevano che sarebbe stata una vita di privazioni. Sei anni dopo, invece, mi sento l’uomo più ricco del mondo.

Sono partito con tante domande in testa. Non ho ancora trovato tutte le risposte, e forse non le troverò mai, ma ho incontrato i miei bambini lungo il percorso. Loro mi hanno dato la risposta più importante: mi hanno mostrato chi sono e chi voglio diventare. Questa è la nostra storia.

Ho avuto un’adolescenza difficile. Ero arrabbiato, mi sentivo solo e avevo il cuore a pezzi, ma soprattutto mi sentivo vuoto. Mi sentivo sbagliato. Ho 18 anni, ma mi sento vecchio. La scuola, poi, è un tasto particolarmente dolente. “Al massimo andrai a inscatolare le merendine,” dicono i miei professori. Mi sento un fallito. “Forse,” mi dico, “hanno ragione.” Poi però incontro Nicoletta, la mia insegnante di italiano. Nicoletta vede il buono in me. Nicoletta crede in me. “Tu sei meglio di così,” dice. “Puoi farcela.” Nicoletta mi salva la vita.

A vent’anni parto per fare volontariato. Approdo in un piccolo orfanotrofio dell’India meridionale, e dopo tanti anni in bianco e nero, torno a vedere i colori. Il mio cuore si colma con una promessa: usare la mia fortuna di ragazzo bianco e occidentale per prendermi cura di questi bambini. Lascio tutto e mi trasferisco in India. Nei quattro anni successivi, grazie all’aiuto di migliaia di persone, costruiamo un dormitorio, mandiamo tutti i bimbi a scuola e poi all’università, e salviamo l’orfanotrofio dalla chiusura. Per farlo, scrivo e autopubblico “Bianco Come Dio”, la nostra storia. Questa è la Nostra Missione, e questi siamo noi: una Grande Famiglia.

È proprio allora che vedo un video su YouTube, il video di un bambino siriano estratto dalle macerie, il volto incrostato di sangue e polvere, gli occhi muti, vuoti. E poi vedo l’immagine di Alan Kurdi, il corpicino riverso sulla spiaggia. E qualcosa scatta dentro di me. Pensavo di aver compiuto la mia missione, e invece ero solo all’inizio.

Nel luglio del 2017, lascio l’India sapendo di aver creato stabilità nel mio orfanotrofio e con la promessa di continuare ad aiutare a distanza. Torno in Europa, a casa, per aiutare nella crisi più grave dei nostri tempi, quella migratoria. Arrivo a Samos, un’isoletta ai confini dell’Europa. Qui mi confronto con l’hotspot, un lager moderno dove i profughi di guerra vivono in condizioni disumane, dove i bambini tentano il suicidio, dove la polizia pesta senza remore e le autorità separano le famiglie. L’hotspot è una fabbrica della disperazione gestita dal governo e finanziata dall’UE. L’hotspot è dove si coltiva il terrorismo.

Mi rimbocco subito le mani. Uso l’esperienza indiana per creare una classe per i bambini profughi. Insegno inglese, matematica, scienze, storia e basket. Li chiamo “Dreamers”, i miei piccoli Sognatori. Mostro loro che tutti gli esseri umani del mondo, a dispetto della loro provenienza, hanno il diritto di essere trattati con dignità.

Qui incontro Hammudi, un bambino triste e geniale, che per me diventa quasi un figlio. Hammudi ha subito gravi traumi, ma con il tempo si acquieta, si sente al sicuro in classe. Come Nicoletta con me, io credo in lui. E il bello è che, se credi nel buono che è in lui, ogni bambino torna a fiorire.

Solo che poi scopro la dura verità: Hammudi è vittima di abusi per mano dello zio con cui vive. Proprio in quei giorni ricevo una borsa di studio per continuare gli studi in Stati Uniti. È un’occasione d’oro, ma so qual è la cosa giusta da fare. Mi basta specchiarmi nel sorriso di Hammudi per decidere. Resto a Samos. Resto dove hanno bisogno di me.

Mi appello alle autorità dell’hotspot per aiutare Hammudi. Loro non alzano un dito. Non mi arrendo. Mi offro come padre in affido. È una follia, lo so, ma se non lo faccio io, chi mai lo farà? Per Hammudi mi batto con tutto me stesso. Mi rivolgo a UNHCR, ma mi ignorano. Chiedo alle ONG, ma mi guardano come se fossi pazzo. E infine vado dalla Manager dell’hotspot, ma lei minaccia addirittura di chiamare la polizia per mettermi a tacere. E ce la fa. Seppellisce l’abuso di Hammudi, e come il suo quello di innumerevoli altri bambini. Certe cose è meglio ignorarle.

Ho fallito. Smetto di mangiare, di dormire, di parlare con la gente. Mi sento a pezzi come mai prima nella mia vita. Provo a denunciare il sistema con un post virale, ma persino l’associazione di volontari con cui opero mi intima il silenzio. Mi chiedono di rimuovere il post. Lo faccio. Mi esiliano. Perdo i Dreamers.

Ma nel momento peggiore, arriva la proposta di Rizzoli. “Crediamo nel potenziale di ‘Bianco Come Dio’, e crediamo che le tue Missioni debbano essere conosciute in tutta Italia.” E così, in un luogo che mi sta consumando, questo luogo di dolore e ingiustizia e profonda voglia di vivere, scopro che ogni lotta, ogni lacrima e ogni singolo bambino aiutato significano che la nostra Voce è ascoltata.

A maggio 2018, torno a Samos e insieme a un gruppo di incredibili esseri umani fondiamo la nostra ONLUS internazionale, Still I Rise—“Mi Alzo Ancora”. La fondiamo su un principio cardine: l’indipendenza. Mai accetteremo soldi dai governi, mai accetteremo soldi dall’Unione Europea, mai accetteremo soldi dalle Nazioni Unite. Saremo trasparenti, efficaci, immediati e privi di compromessi. Opereremo solo grazie, con e per la gente. Noi siamo ciò in cui crediamo.

E così apriamo la prima Scuola per bambini e adolescenti profughi dell’hotspot di Samos. Non è semplice, fatichiamo molto a raccogliere i fondi necessari. Ma abbiamo i nostri bambini accanto, e questo rende tutto possibile. Perché a loro non importa se indossi vestiti semplici, se porti le stesse scarpe da un anno, se hai le occhiaie e il sorriso stanco. Se li tieni al sicuro, loro ti stanno vicino. Ti accettano per chi sei. E poiché vedono solo la parte migliore di te, quasi per magia, anche tu finisci per credergli. Ti specchi nei loro occhi e vuoi essere alla loro altezza. E così diventi la migliore versione di te possibile.

La Nostra Scuola si chiama Mazì, “Insieme”, ed è pura magia. Mazì è la vera grande bellezza. È un luogo in cui i figli della guerra ritrovano l’infanzia perduta. A Mazì, Hammudi ha trovato la pace che tanto cercava. Hammudi è tornato a fiorire. Qui Hammudi ha continuato a brillare.

Un anno più tardi, Mazì ha accolto più di 1000 studenti come Hammudi, salvandoli dalle fauci dell’hotspot. Abbiamo offerto oltre 5000 ore di inglese e altrettante di greco, matematica, scienze, storia, attualità, geografia, computer, arte, musica, cucina, fitness, difesa personale, cultura europea ed educazione sessuale. Abbiamo servito oltre 15000 colazioni e pranzi, 3000 litri di latte fresco, distribuito vestiti, e organizzato visite mediche con specialisti da tutto il mondo. I nostri bambini a volte arrivano analfabeti, spesso anche nella propria lingua, ma dopo sei mesi di Mazì possono tradurre per la loro intera comunità.

Come? È la forza dell’Amore. È la forza della Passione. È la forza della Verità. Insegnare è il più grande atto di ottimismo. Insegnare è la più pura forma di amore.

Abbiamo fondato Still I Rise giurando di non piegarci mai più alle angherie dei potenti, e così abbiamo fatto. A giugno 2019, avviamo la prima causa penale contro l’amministrazione dell’hotspot per violazione dei diritti umani e abuso dei minori non accompagnati nella storia di Samos. Colpiamo forte pubblicando anche un libro di denuncia e speranza, “Se fosse tuo figlio”, la nostra storia. Come ritorsione, le autorità tentano di arrestarmi e farmi un processo in direttissima, un’azione illegale nella maggioranza dei Paesi europei. Falliscono, e l’hotspot di Samos diventa famigerato in tutta Europa. Nel giro di un mese tutti i media d’Italia puntano lo sguardo dalla nostra parte. Pure Papa Francesco accoglie il nostro libro. E infine arriviamo al Parlamento Europeo con due interrogazioni parlamentari, smuovendo anche la politica d’Europa. Dopo due anni di lotte, abbiamo colpito il sistema nel marcio. Finalmente, abbiamo rotto la catena del silenzio.

Alla fine, siamo riusciti a dare ad altri bambini bisognosi quello che le autorità avevano negato ad Hammudi: una chance. Mai più permetteremo loro di uccidere impunemente il futuro di un bambino.

E sapete quanto costa tutto questo? Sapete quando costa la Nostra Scuola Mazì ogni mese? 15.000€. Sapete quanto costa una scuola pubblica italiana con 1000 studenti e 100 dipendenti? 8.000.000€ l’anno. Mazì, a parità di studenti e dipendenti, ne costerebbe 1.000.000€—un ottavo. Ed è proprio questo il succo della questione: il modello Mazì ha il potenziale di rivoluzionare il mondo dell’educazione. Una Scuola in cui i bambini imparano in sei mesi quello che imparerebbero in quattro anni, e sono felici, senza ansie o attacchi di panico, e dove pure gli insegnanti sono entusiasti di lavorare—e costa un ottavo di un scuola tradizionale?

Pare una magia, ma non lo è. Il modello Mazì è scienza, e può essere esportato. Dev’essere esportato perché tutti i bambini del mondo, profughi e non, meritano un’istruzione di alta qualità. Tutti i bambini meritano di amare l’apprendimento. Meritano una Scuola che, anziché distruggere la loro creatività, la incoraggi. Tutti noi la meritiamo, a dire la verità. Perché bambini felici diventano adulti più buoni, e il mondo ha bisogno di gentilezza.

Ed è per questo che oggi vi lascio, bambini miei, colmo di tristezza ma anche di infinita speranza. Perché, finalmente, stiamo per aprire Scuole Mazì in tutto il mondo. Offriremo ad altri bambini la possibilità di reclamare il futuro che spetta loro di diritto ma che gli è stato strappato via. Siete stati voi a insegnarmelo: un bambino, un maestro, un libro e una Scuola possono cambiare il mondo. Vi ho visti crescere, diventare più forti, diventare le gentildonne e i gentiluomini che siete destinati a essere. Ora tocca a voi. Il vostro futuro è già qui. Rendete ovunque andiate un posto migliore. Fate sentire le persone al sicuro. Non permettete a nessuno di abbattervi. Diventerete ciò in cui credete, quindi credete in voi stessi. So che cambierete la vita di molti lungo il vostro cammino. Come lo so? Perché avete già cambiato una vita—la mia.

Sei anni fa, quando ho deciso di dedicarmi ai bisognosi, la mia scelta mi ha reso libero. Libero da inutili costrutti sociali, libero dalle aspettative di persone invidiose, libero di essere chi sono veramente. Oggi, per la prima volta, mi sento pienamente me stesso. Questo perché i miei studenti mi hanno aiutato a diventarlo. E per loro io diventerò la persona di cui avevo bisogno quando ero bambino. Diventerò un faro per i bambini perduti.

Lo sono stato a mia volta, un ragazzino sperduto, e quasi tutti mi avevano dato per spacciato. Troppo spesso gettiamo la spugna con i ragazzi difficili, rinunciando al tesoro che il loro dolore spesso nasconde. Dobbiamo cambiare registro. Negli ultimi 6 anni sono passato dall’essere un ragazzo smarrito a cambiare la vita di oltre 1000 bambini in difficoltà, dando loro un futuro. Ora lo faremo per decine di migliaia nel mondo.

A partire da oggi, apriremo Scuole eccezionali in Turchia, per salvare i bambini dai barconi e dall’hotspot; in Kenya, dove generazioni di profughi nascono e muoiono nei campi più vasti del mondo; in Messico, davanti al muro di Trump; e infine in Italia, portando la nostra rivoluzione anche a Casa.

E sì, mi sento davvero l’uomo più ricco del mondo. Forse non potrò permettermi vestiti griffati, macchine di lusso e vacanze da rivista, ma se ho saputo risparmiare dolore ad altri esseri umani, allora mi considero miliardario. Dopotutto, una vita ben vissuta è colma non di roba, ma di significato. Non temete la libertà. Fate della vostra vita un capolavoro, e tutto intorno a voi diventerà un’opera d’arte.

E ora andiamo a cambiare il mondo!

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