“Riflessioni” di Giancarlo Elia Valori – Etica ed economia per salvare la società

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“Riflessioni” di Giancarlo Elia Valori

a cura di Alberto Rino Chezzi

Etica ed economia per salvare la società

Spaccature profonde stanno lacerando il corpo della nostra società. Queste portano nuova ansia e rabbia ai popoli e nuove correnti alla politica. La base sociale di questa ansia include fattori geografici, educativi ed etici.
Le persone non sono nate per voler guadagnare molti soldi, al contrario, vogliono solo vivere bene o come sono abituate, e guadagnare tutti il necessario senza voler sfruttare gli altri.
Molti pensieri che hanno avuto un grande impatto nel mondo sono spesso rimasti orfani, e vengono adottati da ulteriori scuole di pensiero, e quindi non possono essere evitati nella critica.
Ad esempio, Jeremy Bentham, il filosofo che ha gettato le basi etiche del capitalismo contemporaneo, e altri pensatori, non solo non sono giganti morali nel senso moderno del termine, ma sono noti per la loro incompatibilità con l’etica. L’utilitarismo persegue la massima utilità e felicità e non a caso esso è adottato dall’emergente economia occidentale e, sotto i vincoli della creazione di un “uomo economico”, può essere facilmente sviluppato con nuovi metodi ottenuto dal calcolo matematico statistico (sistemi derivati).

Il valore massimo soddisfa così l’urgente necessità dell’economia di strumenti quantitativi sistemici sofisticati e accurati. Questo insieme di pensieri etici amorali che sono venuti fuori dal perseguimento di “valori naturali” che tutti e non pochi, dovrebbero ottenere, man mano è stato dimenticato dalla storia critica del pensiero economico.
L’utilitarismo e il liberalismo sono i due pilastri complementari e contraddittori nella fondazione dell’economia di mercato. Il primo separa lo standard di giudizio morale del comportamento personale, dalla passione per l’accumulo di danaro, e lo modifica per essere completamente determinato dalla ragione del guadagno. Per cui solo tale comportamento può aumentare «la più grande felicità di parte delle persone», autoreferenziandosi quale etico ed eliminando il giudizio di valore istintivo di ogni essere umano che è impossibilitato a raggiungere tale felicità dovuta al danaro. Secondo questo standard “sacro”, il gruppo d’élite composto da tecnocrati dovrebbe oggettivamente svolgere il ruolo di “guardiano sociale”.

Il liberalismo riconosce l’obiettivo dell’utilitarismo, ma si oppone fermamente all’inferenza che lo porta a un forte governo centrale. Adam Smith crede che la divisione del lavoro e lo scambio siano spontanei e gratuiti e possano promuovere la felicità generale della società e l’aumento del benessere personale allo stesso tempo. I teoremi dell’economia del benessere deducono che tutti i risultati dell’equilibrio spontaneo del mercato debbano sfociare nella massimizzazione del benessere. Al contrario, la massimizzazione del benessere complessivo in pratica si ottiene dal libero arbitrio individuale (l’imprenditore), ossia da un comportamento egoistico dell’individuo, e il ruolo del governo in esso, secondi i liberali, è di apportare soltanto alcune modifiche alla “distribuzione del capitale iniziale”. Quindi non più lo Stato etico hegeliano, bensì lo Stato semplice amministratore, impiegato dell’élite summenzionata. A questo punto, il progetto etico del capitalismo liberale è completato.
La libera scelta e la massimizzazione del benessere possono essere raggiunte in teoria allo stesso tempo. Ciò che le persone devono fare è quindi favorire le restrizioni statali e al contempo promuovere la piena concorrenza, ridurre le asimmetrie informative ed esterne attraverso l’omologazione. Per cui scopo del capitalismo è la rimozione del ruolo etico dello Stato.

Per ironia della sorte, però la cupola etica del capitalismo liberale non è mai stata perfetta al di fuori dei disegni teorici, ossia si è manifestata in una determinata parte di mondo andando incontro a crisi devastanti. La Grande Depressione ha investito la “sacra mano invisibile” dell’economia come un elefante calpesta una zolla. La II Guerra mondiale ha portato al limite la volontà collettiva e la mobilitazione del capitalismo di Stato, attraverso i ben noti esempi politico-economici.

L’insieme dei popoli ha diverse forme di espressione, quella elettorale e l’altra rivoluzionaria. Il socialismo all’indomani del 1945 e già prima il comunitarismo sono diventati una buona medicina e correttori degli orrori del capitalismo. I partiti socialdemocratici hanno apportato importanti trasformazioni nel capitalismo liberale nei principali Paesi europei, e il suo culmine è rappresentato dai modelli scandinavi.
Paul Collier, professore ad Oxford, autore de The Future of Capitalism: Facing the New Anxieties (2018), nel suo libro ha preso come esempio la propria città natale, Sheffield. Essa è stata la prima città dell’Inghilterra settentrionale a sperimentare la rivoluzione industriale ed è stata anche la prima ad affrontare la nuova ansia causata dalla medesima rivoluzione: la polarizzazione tra ricchi e poveri, la disoccupazione e l’ambiente.
Con il deterioramento e i cambiamenti demografici, la risposta dei residenti è stata di rafforzare il legame tra loro e formare una comunità sufficientemente forte, e utilizzare questa stretta relazione per creare un’organizzazione che istituisca cooperative benefiche.
Per esempio le cooperative di alloggio consentono alle persone di risparmiare per l’acquisto di case, le cooperative di assicurazione riducono i rischi, e le cooperative agricole e di vendita al dettaglio danno ad agricoltori e consumatori un potere contrattuale indipendente rispetto alle grandi aziende.
Il movimento cooperativo che nacque nel nord dell’Inghilterra si diffuse rapidamente in gran parte dell’Europa e divenne la base economica dei partiti socialdemocratici di centro sinistra. Però il centro-sinistra di allora, non le fiction di oggi con noti attori e attrici da teatrino.
Attraverso l’alleanza, la comunità si allarga nel Paese e la reciprocità all’interno della comunità si estende all’impegno reciproco tra Paese e cittadini. Le politiche pragmatiche di assicurazione medica, pensione, istruzione, disoccupazione e welfare hanno alleviato l’ansia delle famiglie. Durante gli anni, la socialdemocrazia ha preso il potere alternativamente nei Paesi capitalisti, e queste misure socialiste sono state a lungo termine e universalmente mantenute. Per ora.
Con il declino dell’industria siderurgica, le città sono diventate dei tipici centri obsoleti e fatiscenti. In vari Paesi europei, il declino dei partiti socialdemocratici – iniziato negli anni Settanta – ha cominciato ad accelerare all’inizio del secolo e ha raggiunto il suo apice negli ultimi dieci anni. Declini si sono avuti in Francia, Germania, Spagna, Italia (ove è sparito il glorioso Psi). Il tasso di sostegno in Norvegia e Paesi Bassi è diminuito in modo significativo.

E tra l’altro i tradizionali partiti di centro.destra non ne hanno tratto beneficio e sono persino diventati un trampolino di lancio per i movimenti eterodiretti dal capitale finanziario apolide e da programmi indeterminati. Nel nostro Paese vantiamo esempi penosi.
È naturale che il capitalismo globalizzato è responsabile di tutto questo – attraverso la tecnologia e le assuefazione di massa – e solleva ancora una volta un problema dell’incompatibilità di diritti e doveri della società liberale, nel momento stesso che la forbice fra ricchi e poveri si allarga. L’Italia è il peggiore tra gli Stati europei più popolosi per differenza di reddito tra i ricchi e i poveri: nel nostro Paese il 20% della popolazione con i redditi più alti può contare su entrate più di sei volte superiori a quelle di coloro che sono nel 20% con meno risorse.
Il declino dello Stato etico e il collasso della socialdemocrazia sono la contraddizione tra l’effettivo crollo degli obblighi reciproci (diritti-doveri) nel capitalismo globalizzato e la crescente domanda dei predetti a causa della più complessa e asimmetrica struttura economica (basti considerare alla violenza in Sudamerica per i continui fallimenti del capitalismo).
Le crisi fiscali con un elevato benessere si sono diffuse anche in Europa: come non dimnenticare nel 2008-10 il “doppio senso” Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), e nel “Rust Belt” degli Usa (la regione compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi e si riferisce a fenomeni come il declino economico, lo spopolamento e il decadimento urbano dovuti alla contrazione del settore industriale, un tempo molto attivo) dopo la crisi finanziaria del 2008.
Per cui nei Paesi in cui si è avuta un’espansione senza precedenti dell’istruzione superiore e del benessere, creanti la classe media, le crisi del capitalismo conducono al dilemma dell’identità e frustrazione.

Se non ci limitiamo all’ipotesi di un “uomo economico razionale”, ma ci concentriamo sul più realistico “uomo sociale razionale” avremo più benefici economici, poiché nella soddisfazione delle proprie necessità è compreso anche il rispetto dell’identità.
Un semplice modello di pensiero può offrire un’idea. Se ognuno ha due beni: lavoro e cittadinanza, entrambe possono portare ad un certo rispetto. Il rispetto per il lavoro si riflette nel reddito e il rispetto per la cittadinanza è dato dal prestigio del Paese. Sebbene tutti non possano scegliere la propria identità, possono scegliere la “prominenza”: la scelta di un’identità prominente indica un gruppo comune a cui si appartiene attivamente. Più rispetto riceve il gruppo comune, più incoraggia gli individui a non prevaricare l’uno sull’altro inseguendo la propria felicità apportando dolore alla controparte.
Invece l’etica del capitalismo liberale mira tradizionalmente alla distruzione dello Stato e alla trasformazione dei cittadini in consumatori senza identità.

Prof. Giancarlo Elia Valori