Gianna Jessen, sopravvissuta all’aborto, a San Marino il 26 novembre

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«Sono stata abortita al settimo mese di gravidanza. La mia madre biologica aveva 17 anni e le consigliarono l’iniezione di una soluzione di sale nell’utero. Il bambino la inghiotte e il suo corpo brucia dentro e fuori, poi dopo 24 ore viene partorito morto. Si chiama aborto salino. Ma con me non funzionò: dopo 18 ore nacqui. E vivo. E sono molto felice di questo!». Gianna Jessen, oggi 39 anni, californiana, è una delle pochissime voci al mondo che possa parlare a nome dei milioni di bambini uccisi ogni anno nella strage più silenziosa e sconosciuta. [Avvenire]

In Italia chi conosce Gianna Jessen? Solo una piccola parte del mondo cattolico. Wikipedia italiana le dedica dieci righe in cui (come fa sempre) si dimentica di scrivere quello che non le fa comodo e cioè che Gianna è naturalmente contro l’aborto, ce l’ha con le femministe e contro il diritto delle madri di abortire senza pensare al diritto di chi vorrebbe nascere, crede in Gesù e si considera «La bambina di Dio»: una politically scorrect. Ovvio che i grandi poli editoriali non pubblichino in italiano il suo libro «Aborted and lived to tell about» , ma le case editrici cattoliche?

Gira il mondo a testimoniare, negli Stati Uniti ha parlato anche davanti al Congresso: «Se l’aborto è una questione di diritto, dov’erano i miei? La mia missione è quella di portare un po’ di umanità in un dibattito che è diventato una semplice questione».

Ha incontrato la madre biologica e l’ha perdonata, perché «mi hanno odiata fin dal concepimento, ma sono stata amata da molte più persone e da Dio». Ha fatto ricerche sull’uomo che ha praticato l’aborto su di lei: «Le sue cliniche sono la più grande catena di cliniche per abortire degli Stati Uniti e fatturano 70 milioni di dollari l’anno. Ha dichiarato di aver praticato un milione di aborti e che praticare aborti era la sua passione». [Il Giornale]

Queste sono solo alcune delle testimonianze che possiamo raccogliere su Gianna Jessen, e che ci fanno capire la straordinarietà della sua esperienza. Non solo perché – SOPRAVVISSUTA ALL’ABORTO – non è cosa comune nelle cronache del nostro mondo, ma perché la sua è una autentica testimonianza di come una logica superiore alla logica della morte possa riempire la vita di una persona ed essere «buona novella», notizia da gridare sui tetti e nelle coscienze di ogni uomo, in particolare dei giovani.

Così abbiamo l’occasione di poterla incontrare qui a San Marino, quella «Antica terra della libertà» dove per malaugurata sorte si vuole cancellare, in nome di una malintesa libertà, il diritto di ogni uomo alla vita, introducendo una legge sull’aborto che, almeno come è stata presentata, concede l’aborto indiscriminatamente, senza alcuna condizione fino al terzo mese, ed anche alle minorenni. Senza che nessuno possa interferire, senza che si prenda in considerazione che, comunque, l’essere concepito ha anche un padre (o la donna un partner, se si preferisce questa asettica definizione). E poi, nel caso del cosiddetto “aborto terapeutico”, si arriverebbe molto oltre, e questo ci avvicina molto a quanto successo a Gianna: a 21 settimane anche a San Marino potremmo creare le stesse condizioni della clinica dove lei doveva essere abortita.

Mi hanno colpito queste affermazioni di Tommaso Scandroglio, quando sottolinea, con arguzia, che: «prova indiretta che l’aborto è l’uccisione di una persona è dato: dagli stessi pro-choice che parlano di “dramma” dell’aborto “evento spiacevole” si legge nella relazione [con cui si propone l’aborto a San Marino]. Se l’aborto fosse solo l’eliminazione di un grumo di cellule, perché parlare di “dramma”?» Inoltre si evince che si tratta di un essere umano con precisi diritti, dove nasce l’«esigenza di varare una legge ad hoc? Se il nascituro fosse solo un grumo di materia perché avere una legge apposita? Basterebbe l’attuale disciplina normativa riguardante gli interventi sanitari».

Chissà se una testimonianza, al di là delle chiacchiere e delle contrapposizioni ideologiche, spesso espresse da incompetenti, ci aiuterà a promuovere un autentico progresso di civiltà, stante che la uccisione di un essere umano indifeso non pare avere questi connotati. Chissà se chi pensa diversamente, di fronte all’evidenza di una testimonianza, saprà superare lo schema che fa mettere l’idea contro la vita.

Aspettiamo con trepidazione questo incontro con Gianna Jessen, domenica 26 novembre 2017, alle 20.30, a Serravalle, nella Sala Polivalente. Non ne rimarremo delusi.

Don Gabriele Mangiarotti

Responsabile IRC e diocesano alla Cultura

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